Ipnosi e malattie psicosomatiche

Questo articolo è stato pubblicato nella rubrica “Le vie dell’inconscio” del periodico Prisma, la Molteplicità nell’Uno (Anno 5 – n. 03 – settembre 2005 pag. 16-17)

PSICOTERAPIA IPNOTICA E MALATTIE PSICOSOMATICHE

Il termine “psicosomatico” è composto da due parole di origine greca: psiche (anima) e soma (corpo) ad indicare l’inscindibile legame fra i due fattori, che hanno una costante, reciproca influenza. È infatti di dominio comune ormai come il benessere (o malessere) fisico condizioni la sfera affettivo – emozionale e, viceversa, come lo stato psichico abbia ripercussioni sul fisico.
Lo stesso mondo medico ha abbandonato da tempo il vecchio approccio alla malattia intesa come risultante da un’unica causa, per sostituirlo con una più recente concezione multifattoriale della stessa, in cui l’aspetto psicologico assume un ruolo rilevante: L’American Psychiatric Association definisce come psicosomatico “tutto ciò che fa riferimento a una costante e inseparabile interazione della psiche (mente) e del soma (corpo)”.
A differenza del sintomo psicosomatico, che è costituito da un segno, una disfunzione specifica che si manifesta attraverso l’attivazione del sistema autonomo e di una risposta vegetativa in una particolare situazione di stress o di disagio psichico, (ad esempio l’iperacidità gastrica a parlare in pubblico soprattutto per la prima volta) la malattia psicosomatica rappresenta una modalità più “organizzata” dell’organismo per la manifestazione del proprio disagio.
Secondo molti studiosi, infatti, alcune esperienze di vita farebbero emergere (o riemergere) ansia ed emozioni troppo dolorose per poter essere percepite e vissute dall’individuo, il quale, inconsciamente, metterebbe in atto questo meccanismo difensivo di espressione del disturbo attraverso il soma.
Non esiste possibilità di simbolizzazione alternativa, per alcuni, di certi contenuti del proprio mondo interno, pertanto la malattia psicosomatica rappresenta una modalità indiretta di espressione, una metafora, di ciò che viene inconsapevolmente ritenuto inaccettabile.
Nella mia esperienza clinica, ad esempio, ho incontrato alcuni pazienti che presentavano grosse problematiche nella relazione e ritenendo inconsapevolmente intollerabile la rabbia che ne conseguiva, avevano sviluppato una malattia psicosomatica che si manifestava attraverso il primo organo utilizzato dall’essere umano nel contatto con il mondo esterno: la pelle.
In alcuni casi, poi, il problema si trasforma in una modalità più generale di funzionamento, in soggetti che sembra non vivano la propria sfera emotiva, infatti gli studiosi americani Nemiah e Sifneos elaborano il concetto di alessitimia (da: a “senza”, lexis, “parole”, e thymos, “cuore, affettività”, ossia “mancanza di parole per dare un nome ai propri stati affettivi”) a partire dall’osservazione di pazienti con malattie psicosomatiche. Con questo termine viene identificata una serie di caratteristiche cognitive ed affettive che comprendono la spiccata difficoltà del soggetto a riconoscere e ad esprimere verbalmente i propri sentimenti, la ridotta capacità di creare fantasie e rievocare le esperienze oniriche, la mancanza di introspezione e l’eccessiva preoccupazione per i dettagli riguardanti i propri sintomi somatici (S. Bellino, E. Paradiso et al., Università di Torino).
Il linguaggio del corpo risulta quindi una ricca fonte di informazioni che, decodificate correttamente, possono essere determinanti nella buona riuscita di una psicoterapia.
La psicoterapia ipnotica mira innanzitutto a rinforzare l’Io del paziente, la struttura di base dell’individuo che nella tradizione psicanalitica funge da mediatore fra l’Es e il Super-Io e che, attraverso un adeguato “esame di realtà”, permette un’equilibrata interazione con l’ambiente esterno. Ciò determina, nel paziente, la visione di nuove prospettive nella propria realtà e un innalzamento dell’autostima come conseguenza della maggior consapevolezza nelle proprie risorse e potenzialità, talvolta solo dimenticate.
Un Io ben strutturato non ha bisogno di negare le emozioni, anche se dolorose, in quanto sa di poster attingere al “magazzino delle potenzialità” (l’inconscio secondo M. Erickson) per poterle esprimere e, se fonte di conflitto, per poterle affrontare.

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