Monthly Archives: luglio 2015

Il piccolo girasole

Questo racconto è stato pubblicato ne “Il giornale dei misteri” -Anno XXXVI settembre 2006 N. 419-) 

C’era una volta un piccolo girasole nato, per caso, in un roseto.
Come tutti i girasoli era sua abitudine, dall’alba al tramonto, seguire la luce del sole: nessuno glielo aveva insegnato, lo faceva spontaneamente. Osservandola aveva compreso che quella luce era l’origine di ogni cosa, e grazie a lei tutte le piante intorno si elevavano dalla terra al cielo: cresciute potevano, a loro volta, ringraziare terra e cielo contribuendo al ciclo della natura, donando i propri semi, che poi sarebbero germogliati.
Lo spettacolo del mondo affascinava talmente il piccolo girasole, da rapire totalmente il suo sguardo e inebriarlo di gioia: non riusciva a distogliersi dal sole e amava più di ogni altra cosa, riscaldare i propri petali che fremevano di gratitudine.
Un giorno anche lui avrebbe dato dei frutti e anche se non sapeva di che genere sarebbero stati, era felice e consapevole di poter offrire il proprio contributo alla vita.
Le rose tutte intorno lo osservavano incredule: loro, così perfette e profumate non venivano degnate di uno sguardo, né di un complimento da quello strano essere con quel testone sempre per aria!
In effetti anche il girasole si sentiva strano, o meglio diverso, o meglio…solo.
Qualche volta aveva provato a conversare con le rose vicine, ma i loro argomenti e i loro modi non facevano proprio per lui: si affilavano le spine di sera per sparlare, o parlare a sproposito, di questo e di quello di giorno.
Non si chiedevano mai perché fossero lì, da dove venissero e cosa fossero destinate a compiere.
Quanto avrebbe voluto far loro comprendere che la loro perfezione era generata da una perfezione più grande e che il volgersi alla luce, proprio di ogni pianta, non era qualcosa di scontato, bensì qualcosa di prezioso, magico, significativo.
Avrebbe tanto voluto condividere con qualcuno le proprie emozioni, ma al momento opportuno, nella tranquillità della sera, non trovava le parole adatte e non si dava pace per questo, e sebbene sapesse quanto difficile fosse definire l’indefinibile, era quello l’argomento di cui voleva parlare.
Durante il giorno era immerso nella profondità della luce, così innamorato del sole, da non badare più all’ambiente circostante, ma sempre in cerca di nuove risposte alle domande che si poneva.
Il tempo passava e proprio nel mezzo del suo cuore, cominciavano a crescere e maturare dei piccoli semi. La testa iniziava a pesare al girasole, ormai grande, un po’ affaticato dalla ricerca che lo aveva impegnato tutta la vita.
Le rose, d’altro canto, non erano più così belle e fresche e si rattristavano al pensiero della giovinezza perduta, preoccupandosi solo ora del proprio avvenire e di ciò che sarebbe loro capitato. Guardavano il girasole sconsolate, invidiandolo per la sua calma e la sua serenità.
Lui, ormai, era quasi rassegnato al fatto che non sarebbe riuscito a condividere con nessuno la meraviglia e la gioia che aveva provato fondendosi con l’immensità della luce e dell’energia del sole; non si era accorto, però, che uno dei suoi semi era caduto a terra.
Difficile è capire cosa gli passasse per la mente dal momento in cui la sua testa era irrimediabilmente reclinata, tanto da non potersi più dedicare alla sua attività preferita, ma una delle rose giurava di aver visto uscire una lacrima da quella testa reclinata. Quella stessa lacrima, nata dallo sconforto, aveva bagnato il terreno sottostante: così accadeva che durante gli ultimi istanti della sua vita, il girasole vedesse spuntare un tenero virgulto, frutto del primo seme caduto dal suo cuore.
Altri semi sarebbero caduti ed altre vite sarebbero nate.
C’era una volta, un gruppetto di piccoli girasoli innamorati della luce: solo uno di essi era riuscito a vedere il Padre, ma quei brevi, preziosi istanti, erano serviti per comprendere.

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15 Lug 2015

Ipnosi e malattie psicosomatiche

Questo articolo è stato pubblicato nella rubrica “Le vie dell’inconscio” del periodico Prisma, la Molteplicità nell’Uno (Anno 5 – n. 03 – settembre 2005 pag. 16-17)

PSICOTERAPIA IPNOTICA E MALATTIE PSICOSOMATICHE

Il termine “psicosomatico” è composto da due parole di origine greca: psiche (anima) e soma (corpo) ad indicare l’inscindibile legame fra i due fattori, che hanno una costante, reciproca influenza. È infatti di dominio comune ormai come il benessere (o malessere) fisico condizioni la sfera affettivo – emozionale e, viceversa, come lo stato psichico abbia ripercussioni sul fisico.
Lo stesso mondo medico ha abbandonato da tempo il vecchio approccio alla malattia intesa come risultante da un’unica causa, per sostituirlo con una più recente concezione multifattoriale della stessa, in cui l’aspetto psicologico assume un ruolo rilevante: L’American Psychiatric Association definisce come psicosomatico “tutto ciò che fa riferimento a una costante e inseparabile interazione della psiche (mente) e del soma (corpo)”.
A differenza del sintomo psicosomatico, che è costituito da un segno, una disfunzione specifica che si manifesta attraverso l’attivazione del sistema autonomo e di una risposta vegetativa in una particolare situazione di stress o di disagio psichico, (ad esempio l’iperacidità gastrica a parlare in pubblico soprattutto per la prima volta) la malattia psicosomatica rappresenta una modalità più “organizzata” dell’organismo per la manifestazione del proprio disagio.
Secondo molti studiosi, infatti, alcune esperienze di vita farebbero emergere (o riemergere) ansia ed emozioni troppo dolorose per poter essere percepite e vissute dall’individuo, il quale, inconsciamente, metterebbe in atto questo meccanismo difensivo di espressione del disturbo attraverso il soma.
Non esiste possibilità di simbolizzazione alternativa, per alcuni, di certi contenuti del proprio mondo interno, pertanto la malattia psicosomatica rappresenta una modalità indiretta di espressione, una metafora, di ciò che viene inconsapevolmente ritenuto inaccettabile.
Nella mia esperienza clinica, ad esempio, ho incontrato alcuni pazienti che presentavano grosse problematiche nella relazione e ritenendo inconsapevolmente intollerabile la rabbia che ne conseguiva, avevano sviluppato una malattia psicosomatica che si manifestava attraverso il primo organo utilizzato dall’essere umano nel contatto con il mondo esterno: la pelle.
In alcuni casi, poi, il problema si trasforma in una modalità più generale di funzionamento, in soggetti che sembra non vivano la propria sfera emotiva, infatti gli studiosi americani Nemiah e Sifneos elaborano il concetto di alessitimia (da: a “senza”, lexis, “parole”, e thymos, “cuore, affettività”, ossia “mancanza di parole per dare un nome ai propri stati affettivi”) a partire dall’osservazione di pazienti con malattie psicosomatiche. Con questo termine viene identificata una serie di caratteristiche cognitive ed affettive che comprendono la spiccata difficoltà del soggetto a riconoscere e ad esprimere verbalmente i propri sentimenti, la ridotta capacità di creare fantasie e rievocare le esperienze oniriche, la mancanza di introspezione e l’eccessiva preoccupazione per i dettagli riguardanti i propri sintomi somatici (S. Bellino, E. Paradiso et al., Università di Torino).
Il linguaggio del corpo risulta quindi una ricca fonte di informazioni che, decodificate correttamente, possono essere determinanti nella buona riuscita di una psicoterapia.
La psicoterapia ipnotica mira innanzitutto a rinforzare l’Io del paziente, la struttura di base dell’individuo che nella tradizione psicanalitica funge da mediatore fra l’Es e il Super-Io e che, attraverso un adeguato “esame di realtà”, permette un’equilibrata interazione con l’ambiente esterno. Ciò determina, nel paziente, la visione di nuove prospettive nella propria realtà e un innalzamento dell’autostima come conseguenza della maggior consapevolezza nelle proprie risorse e potenzialità, talvolta solo dimenticate.
Un Io ben strutturato non ha bisogno di negare le emozioni, anche se dolorose, in quanto sa di poster attingere al “magazzino delle potenzialità” (l’inconscio secondo M. Erickson) per poterle esprimere e, se fonte di conflitto, per poterle affrontare.

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15 Lug 2015

Ipnosi e chakra

Questo articolo è stato pubblicato nella rubrica “Le vie dell’inconscio” del periodico Prisma, la Molteplicità nell’Uno (Anno 5 – n. 02 – luglio 2005 pag. 20-21)

Anche in questa occasione è mio piacere illustrarvi una possibile applicazione della psicoterapia ipnotica, che forse potrà stimolare curiosità, soprattutto in coloro che si interessano di discipline orientali.
Come ormai tutti sapranno, il termine chakra deriva dal sanscrito e significa “ruota” o “disco”: indica un vortice di energia che, funzionando in modo armonico, permette di acquisire consapevolezza sulle potenzialità del corpo e della mente.
La filosofia indiana individua sette chakra principali: localizzati in determinati punti del corpo, ognuno di essi crea e convoglia energia vitale. Ciascuno è collegato a particolari simboli, colori, emozioni, elementi e necessità specifiche e, di conseguenza ad un diverso livello di consapevolezza.

1° chakra (Muladhara): situato tra l’ano e i genitali, è collegato al colore rosso, all’elemento terra e al senso dell’olfatto. Permette di avvertire il senso di attaccamento alla terra e di appartenenza a luoghi o persone.

2° chakra (Svadhishthana): situato nella regione pubica, è collegato al colore arancio, all’elemento acqua e al senso del gusto. È il centro delle energie sessuali e delle emozioni primordiali; è responsabile del desiderio e del piacere.

3° chakra (Manipura): situato sopra l’ombelico, è collegato al colore giallo, all’elemento fuoco e al senso della vista. È il centro della volontà, del potere e del senso di identità.

4° chakra (Anahata): situato al centro del torace, nella zona del cuore, è collegato al colore verde, all’elemento aria e al senso del tatto. È il centro dell’amore incondizionato.

5° chakra (Vishuddha): situato all’altezza della gola, è collegato al colore azzurro, all’elemento etere e al senso dell’udito. È il centro della comunicazione e della creatività.

6° chakra (Ajna): situato nel mezzo della fronte, tra le sopracciglia, è collegato al colore viola-indaco, all’intuizione e alle percezioni extrasensoriali.

7° chakra (Sahasrara o chakra corona): situato sulla sommità della testa, è collegato ai colori bianco e viola. È il centro in cui la consapevolezza raggiunge il suo più alto livello.

Questi “vortici” devono essere attivati per poter utilizzare l’energia a disposizione e far fluire la consapevolezza delle potenzialità individuali, lavorando sia autonomamente, che insieme agli altri in modo armonioso: un chakra troppo chiuso non permette all’energia di diffondere la consapevolezza del proprio potere trasformativo, mentre un chakra troppo aperto concentra troppa energia su se stesso, rendendone difficoltoso il passaggio verso gli altri.
Quando si verificano delle disarmonie tra i vari livelli di consapevolezza nasce il disagio, che si può esprimere con un senso di inadeguatezza nei confronti delle persone, di specifiche circostanze o del proprio ambiente, oppure, più in generale, con una fragilità diffusa che può produrre una salute più cagionevole, una difficoltà nella gestione delle proprie emozioni, nelle relazioni o nella comunicazione.
Il terapeuta ipnotista, avvalendosi del racconto, durante la pratica delle cosiddette “fantasie guidate”, favorisce un processo autoterapeutico.
Infatti, per dirla con C. Casula, non sono le parole dette dal narrante o dall’ipnotista che curano, ma la loro risonanza interna, la stimolazione dei meccanismi autoterapeutici insiti in ognuno di noi.
Se la parola è simbolo e, in quanto tale, produce una risonanza intima ed esclusiva in ciascuno di noi, nel lavoro sull’armonizzazione attraverso l’ipnosi è possibile utilizzare la vasta simbologia che per loro natura i chakra già offrono, accompagnando l’individuo in un percorso di consapevolezza comunque unico e personale.
Una persona consapevole conosce i propri comportamenti, atteggiamenti, attitudini e potenzialità e percepisce il continuo cambiamento di ciascuno di questi aspetti nella costante evoluzione verso ciò che desidera e può divenire.

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15 Lug 2015

L’ipnosi regressiva

Questo articolo è stato pubblicato nella rubrica “Le vie dell’inconscio” del periodico Prisma, la Molteplicità nell’Uno (Anno 5 – n. 01 – marzo 2005 pag. 12-13)

Certamente, cari lettori, molti di voi avranno sentito parlare dell’argomento, ma in questa occasione cercherò di offrirvi una descrizione dei vari usi della psicoterapia attuata attraverso l’ipnosi regressiva.
Secondo gli psicologi costruttivisti “in ipnosi vi sono due modi diversi di richiamare il passato della nostra vita nell’attualità del presente: quello tipico della cosiddetta regressione, in cui il soggetto rivede il suo passato con atteggiamento, critica e sentimenti del presente; e quello della cosiddetta rivivificazione, in cui il paziente dimentica il presente per comportarsi, esprimersi e sentire come in tempi passati.”
Nel primo caso si tratta di una pseudoregressione durante la quale il soggetto, favorito dall’isolamento sensoriale della trance ipnotica e dalla maggiore capacità di attenzione e concentrazione mentale che si possono avere durante questa, diventa capace di ricordi, che molto più difficilmente rievocherebbe nello stato di veglia.
Nel secondo caso invece si instaura un procedimento del massimo interesse, durante il quale il paziente diventa capace non solo di ricordare, ma anche di rivivere alcune situazioni somatiche e viscerali proprie di età da tempo trascorse […] la rivivificazione è molto efficace per scoprire rapidamente eventuali traumi infantili o episodi che sono alla base di sintomi psiconevrotici” (www.ipnosicostruttivista.it “L’ipnosi: cosa è e come può essere utilizzata in psicoterapia”).
Appare evidente come, secondo questo approccio teorico, l’ipnosi possa essere considerata uno strumento utile esclusivamente nella conduzione di una cosiddetta “regressione d’età”, senza alcun cenno riguardo alla possibilità di accompagnare i pazienti oltre la soglia del proprio concepimento, presso esistenze precedenti.
Ma ciò è possibile?
Secondo il mio, opinabilissimo punto di vista, sì.
Ritengo però che le implicazioni siano impegnative e che la risposta non possa essere esaurita con un semplice monosillabo.
Sebbene ci sia chi utilizza l’ipnosi regressiva considerando l’individuo come un girovago senza meta, che passa da una vita all’altra, talvolta sottoforma di animale, talvolta sottoforma di essere umano senza un ordine o scopo preciso (Vedi “Hai vissuto prima di questa vita?” L. Ron Hubbard), io sono di avviso diverso.
La teoria della reincarnazione come strumento necessario all’evoluzione dello spirito, attraverso l’esperienza e la Legge del Karma, così come insegnato dai grandi Maestri, mi convince con la logica delle sue argomentazioni.
L’ipnosi regressiva alle vite precedenti parte dal presupposto che alcuni sintomi, o più in generale, alcune delle difficoltà che riportiamo nella nostra attuale esistenza, siano il risultato di “nodi Karmici”, ossia problemi non risolti nelle vite precedenti. Secondo questa impostazione tali “nodi” si ripropongono, tipo “coazione a ripetere”, in successive vite, fino al momento della loro risoluzione, come frutto di un maggior livello di consapevolezza raggiunta.
La terapia consiste nella ricerca dell’origine del problema, in un viaggio a ritroso attraverso tempo e spazio, fino al raggiungimento della sua prima manifestazione che, osservata e analizzata, provoca nel paziente una sorta di “abreazione” (scarica energetica) e offre materiale per una successiva elaborazione terapeutica.
I risultati sembrano attestare l’efficacia del metodo ma, come è giusto che sia, non sempre la conclusione della terapia coincide con la remissione di tutti i sintomi, in quanto, se crediamo alla Legge di Causa-Effetto, dobbiamo essere consapevoli dell’impossibilità di intervenire modificando il corso degli eventi, quando questo non sia concesso da una Volontà più alta e in un certo senso, poiché la nostra vita entra in contatto con le più diverse situazioni influenzandole, ed essendone influenzata, previsto almeno a livello di possibilità.
Voglio ora congedarmi da Voi con alcune parole “ispirate”.

Dal Vangelo di Giovanni, III, 3-6

“ Gli rispose Gesù: ‘In verità, se un uomo non nasce di nuovo, non può entrare nel Regno di Dio’. Gli disse Nicodemo: ‘Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?’.
Gli rispose Gesù: ‘In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da spirito, non può entrare nel Regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto’ ”.

Dal Corano :
“E’ Dio che ti ha creato, poi ti ha mantenuto, poi ti farà morire, e di nuovo ti darà la vita. Sia gloria a Lui!”

Dalle confessioni di Sant’Agostino
“La mia infanzia ha forse seguito un’altra mia età, morte prima di essa? Forse quella che ho vissuto nel ventre di mia madre?…E ancora prima di quella vita, o Dio della mia gioia, io esistevo già in qualche altro luogo o altro corpo?”

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15 Lug 2015

Cos’è l’ipnosi

Questo articolo è stato pubblicato nella rubrica “Le vie dell’inconscio” del periodico Prisma, la Molteplicità nell’Uno (Anno 4 – n. 04 – dicembre 2004 pag. 20-21)

Chi, nel corso della propria vita non si è mai trovato a dover fare i conti con i limiti derivanti da un’informazione deformata dall’ignoranza delle persone che via via ne parlano, o da quelle che ormai è normale chiamare “leggende metropolitane” ? E chi, in questi casi, non ha mai provato il desiderio di ribellarsi e rilevare con veemenza ciò che, seppure mostrato in tutta evidenza, sembra comunque accecare la razionalità dei più?
Ecco : oggi desidero manifestare la mia ribellione verso ciò che mi diverte definire la “visione Jucascaselliana dell’ipnosi” (in onore del noto comico) parlando dell’IPNOSI seria, quella che ha finalità terapeutiche.
E’ facile immaginare che già presso le società arcaiche gli sciamani o le pitonesse praticassero – anche con l’aiuto di droghe – una sorta di stato allucinatorio o di autoipnosi (proprio o del soggetto che era ricorso a loro), a scopo divinatorio o curativo, ma per arrivare all’Ipnosi praticata oggi e legalmente riconosciuta a scopo terapeutico, occorre comunque partire da esperienze lontane ed empiriche, con il cosiddetto magnetismo animale di Franz Anton Mesmer (1734 – 1815), medico austriaco laureato anche in filosofia ed in teologia, che diventò famosissimo in tutta Europa per la terapia che ideò e che dal suo nome si chiamò mesmerismo.
In seguito, attraverso gli studi di Elliotson, Charcot, Bernheim, Janet, Freud (solo per citarne alcuni), la concezione dell’ipnosi si è ridimensionata e, spogliandosi delle credenze magiche, si è riappropriata dell’identità di fenomeno naturale e spontaneo e della quotidianità di ciascuno di noi.
Milton H. Erickson (1901-1980), fondatore della moderna psicoterapia ipnotica, parlava di una “comune trance quotidiana”, per indicare quel momento di “assenza”, o di interruzione dei legami con la realtà esterna, che tutti viviamo anche più volte in una giornata. Basti pensare a quando siamo assorti nella lettura di un libro, a quando guidiamo l’auto percorrendo il solito tragitto quasi senza rendercene conto, oppure quando guardiamo un programma televisivo senza cogliere ciò che sta trasmettendo.
Basandosi sul presupposto che la nostra mente sia costituita da due componenti fondamentali, quella razionale, che mantiene il contatto e il controllo sulla realtà esterna e quella analogica, sede della creatività e delle emozioni, oltre che delle esperienze della personalità, la psicoterapia ipnotica utilizza lo stato di trance non fine a se stesso, ma come strumento per raggiungere in maniera più rapida ed efficace, attraverso un linguaggio metaforico, simbolico, quel grande serbatoio di risorse che è l’inconscio e che Erickson definiva “magazzino delle potenzialità”.
Può capitare, infatti, che in un particolare momento della nostra vita, per qualche motivo, non riusciamo ad utilizzare quegli strumenti che possediamo a livello inconscio e che ci permetterebbero di affrontare e risolvere i problemi della quotidianità. Da ciò nasce il disagio.
Ma come agisce il terapeuta ?
Pendolini e sguardi “magnetici” hanno fatto il loro tempo, il paziente non dorme, non diventa catatonico, non parla di ciò che non desidera (talvolta non parla affatto) e, soprattutto, non viene mai privato della propria dignità.
La trance ipnotica, indotta dal terapeuta attraverso un uso particolare del linguaggio, serve ad operare uno spostamento dell’attenzione del paziente, che si troverà in una sorta di “dormiveglia”, dall’ambiente esterno alla propria realtà interna, permettendo di aggirare tutti quegli ostacoli messi in atto dalla parte razionale della mente.
Successivamente, a contatto con l’inconscio, il terapeuta utilizza la comunicazione metaforica che, in quanto creativa e ricca di simboli, stimola direttamente il sopraccitato “magazzino”, facendo riemergere le potenzialità, non più sopite, di cui il paziente necessita.
Il limite di questa modalità di approccio non risiede, come molti credono, nell’esistenza di soggetti “non ipnotizzabili” o poco suggestionabili (se, come si è detto, la trance è un fenomeno spontaneo e naturale, queste categorie non esistono, ma si parla piuttosto di soggetti più o meno “allenati” ad entrare rapidamente in trance), ma nella controindicazione ad utilizzare la dissociazione dalla realtà esterna in persone affette da gravi patologie psichiatriche. Se infatti questo strumento risulta essere elettivo per i cosiddetti “disturbi d’ansia”, non vale altrettanto per altre problematiche, di natura psichiatrica (per esempio la schizofrenia), in cui ciò che risulta essere compromesso è, prima di tutto, l’esame di realtà.
Nel tentativo di spiegare qualcosa di complesso, ho sicuramente peccato di eccessiva semplificazione, e di questo chiedo ampiamente scusa ai lettori : il mio intento era di stimolare la riflessione su un argomento che sta tornando alla ribalta troppo di frequente, negli aspetti più plateali che, invece di valorizzare l’individuo e l’individualità, puntano – tra una gag e l’altra – alla sua umiliazione proprio per suscitare il ridicolo nel pubblico e ….. fare spettacolo e “audience” : imperativi inderogabili sui cui altari si sacrificano fin troppo spesso le più elementari norme del buon gusto e, purtroppo talvolta anche della deontologia.

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15 Lug 2015

Partorire con training ipnotico

Questo articolo è stato pubblicato nella rubrica “Le vie dell’inconscio” del periodico Prisma, la Molteplicità nell’Uno (Anno 4 – n. 03 – settembre 2004 pag. 20-21)

PREPARAZIONE AL PARTO NATURALE BASATA SUL TRAINING IPNOTICO

Abbiamo ritenuto di aprire questa nuova rubrica parlando di ciò che, per lo spirito che si incarna, rappresenta l’inizio della sua grande avventura terrena: la nascita. E la nascita è senz’altro il momento più importante, intenso e meraviglioso della vita di una donna, ma poiché implica una trasformazione nella concezione e nella visione di molti aspetti del Sé, del proprio corpo, delle relazioni significative e delle proprie responsabilità, rappresenta spesso un’enorme fonte di preoccupazione.
Il dolore è forse ciò che preoccupa maggiormente: in effetti, la maggior parte delle informazioni che possiamo ricavare dall’ambiente circostante, dai ricordi nostri o di qualche parente, da qualche film, tenderebbero a rinforzare questa “predisposizione” negativa (è scritto che sia stato detto “tu partorirai con dolore” già alla prima donna, condannando per l’eternità il genere femminile).
Oggi possiamo affermare con serenità che il parto è un fenomeno fisiologico, pertanto anche il dolore, quand’anche si presentasse, va ridimensionato in questi termini: non come condizione ineluttabile, ma come sensazione elementare, libera da sovrastrutture e da condizionamenti sociali e psicologici che ne esasperino l’entità.
In quest’ottica sembra quindi opportuno perseguire un corso di preparazione al parto che si profili, non tanto come un elenco di istruzioni igienico-sanitarie che, seppur indispensabili, vengono copiosamente fornite su tutti i territori del Servizio Sanitario Locale, quanto come un accompagnamento della partoriente all’insegna della consapevolezza e della crescita personale.

PERCHE’ L’IPNOSI
Ricorrere all’ipnosi significa, innanzitutto, operare una trasformazione del sistema di accettazione supina dell’eventuale dolore del parto come un tributo dovuto alla specie, attraverso un approccio basato sull’informazione e sulla conoscenza.
Ciò permette di non incappare nel senso di profonda insicurezza, tipico di chi “non sa cosa l’aspetta” che acuisce la percezione del dolore e, contemporaneamente, di recuperare le proprie risorse e potenzialità per affrontare l’evento nel miglior modo possibile.
L’obiettivo dell’operatore è quello di permettere alla gestante di attuare alcuni comportamenti corretti durante il travaglio, attraverso l’addestramento al riconoscimento dei cambiamenti e dei segnali del proprio corpo.
Questo metodo permette alle future madri, non più concentrate sul dolore e la paura, di essere pienamente consapevoli di ciò che accade loro e di sentirsi protagoniste di un avvenimento così importante.
L’ipnosi, infatti, facendo emergere le potenzialità nascoste, influisce sulle funzioni fisiologiche che di solito sfuggono al controllo volontario, generando processi psichici positivi, nel pieno rispetto dei tempi e dei modi della partoriente.

VANTAGGI
1. Dati statistici ormai consolidati presentano fondamentalmente tre tipi di vantaggi:
2. Abbreviamento in senso assoluto dei tempi necessari per favorire la nascita;
3. Diminuzione, in percentuale, degli interventi locali (lacerazioni dei tessuti, opere di sutura);
4. Migliori condizioni dello stato del neonato.

Difficilmente misurabile è invece il senso di soddisfazione e la crescita dell’autostima di una donna che ha vissuto ogni istante della nascita del proprio bambino con la consapevolezza di poter contare sulle proprie capacità, avendo raggiunto uno stato di benessere interiore tale per cui le potenzialità, un tempo inespresse, emergono spontaneamente.

Il corso è strutturato un numero no inferiore alle otto sedute, scandite a cadenza settimanale, la durata di ciascuna delle quali può variare dai 50 ai 60 minuti, tenendo presente la necessità di un certo periodo di discussione e di commento degli esercizi compiuti.
Se le partecipanti sono disponibili, il gruppo si prefigura sia come contenitore empatico di emozioni e preoccupazioni, sia come fonte preziosa di informazioni, oltreché luogo privilegiato in cui creare occasioni di condivisione e di vicinanza reciproca.
A tutto ciò, proprio per non interrompere quello speciale filing che si instaura tra l’operatore e le gestanti, si può anche prevedere un sostegno postpartum e degli speciali corsi per la genitorialità.
La procreazione è, per le madri, ogni volta un’esperienza unica ed ineffabile: è un peccato che non lo si possa affrontare con la necessaria, gioiosa serenità, o si possa addirittura giungere a pensare di ovviarvi, per la paura diffusa da immagini di parti drammatici, o perché immersi in un ambiente ritenuto ostile e inidoneo al fiorire di una nuova vita.

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15 Lug 2015

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